Elogio del gelso

Emerge dal suolo come il polso e la mano di una antica divinità ctonia estinta, come un enorme candelabro che rischiara l’aria fredda del solstizio dicembrino. E’ il gelso, detto anche moro. Ce ne sono molti nei nostri campi, vicino alle case, lungo i sentieri rurali. Erano utili per l’industria della seta, a Jesi c’era una grossa produzione. Ma l’utilità di un albero come si misura?

Più che utile direi che ciascun albero è essenziale. E del gelso mi piace la tranquilla contraddizione delle sue forme. Duro e massiccio in basso, poi diventa delicato quando i nuovi rami spuntano dalla base del tronco, o dai monconi dei tagli della capitozzatura.

Può essere potato massicciamente e rinascere con la sua bella chioma smeralda l’anno dopo.

Ma a guardarlo bene sembra paradossale la mescolanza di stili lignei. Un tronco dalla corteccia ruvida, con solcature ampie, rughe profonde, un albero rude si potrebbe dire, che non invita ad un possibile contatto, come la pelle grinzosa di un vecchio brontolone perennemente di cattivo umore.

In alcuni il tronco è scavato, la dura lotta col tempo ha lasciato segni. Una cavità che non è accogliente, una celata spelonca inospitale, cella volontaria di un ossuto eremita decrepito che vuole espiare le colpe del mondo.

Ma imprevedibilmente si dilatano verso l’alto rami gentilmente sottili, limpidi filamenti dall’aspetto delicato, che comunicano leggerezza. Sembra impossibile che siano generati dallo stesso tronco greve. Fastelli di rade fibre quasi vaporose: la poesia nasce dalla rozzezza a volte. Quella che chiamiamo rozzezza può essere il nome, allo specchio, del nostro pregiudizio. I contadini erano rozzi? Spesso, ai tempi della mezzadria, polverosi di campo e maleodoranti di stalla, ma quanta profondità c’è nello sguardo  di chi appoggia la falce fienaia e si volta verso il tramonto pensando ai tedeschi che, per fortuna, se ne sono andati. E su, al casolare, c’è un piatto di minestra in tavola che aspetta.

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