Salsicce e medaglie

Qualche tempo fa incontro un mio vecchio compagno di scuola che rievoca un aneddoto: quando la maestra parlò di Caporetto io saltai su dal banco dicendo che io sapevo cos’era perché me lo aveva raccontato mio nonno. Io ho dimenticato quell’episodio, ma da quell’incontro causale avvenuto per le vie del paese ho saputo che mio nonno, fante della Prima Guerra Mondiale, scomparso quando avevo cinque anni, probabilmente è stato a Caporetto. E’ stato a lungo prigioniero e, come altri, diceva di aver mangiato le bucce delle patate, lo so tramite memorie familiari. Ricordo solo il suo volto, ma non i suoi discorsi.

Durante le celebrazioni corinaldesi del centenario è stata letta una lettera di un contadino toscano, (uno dei pochi contadini che avevano avuto la possibilità di studiare un minimo), che in un italiano ruvido ed essenziale diceva che lui potrà anche morire, ma non riuscirà mai ad uccidere, che i governi possono fare tanti discorsi sui nostri nemici, ma che lui non riuscirà mai a odiare come nemico una persona che neanche conosce.

Profondissima riflessione nella sua semplicità. Quando si pensa di odiare (o amare) un popolo, già siamo nel regno delle pericolose astrazioni, come diceva Hannah Arendt. Questi sono sentimenti che possono essere rivolti a singole persone. Ben altro è il legame coi luoghi, con la propria lingua, con la memoria o le tradizioni. Non c’entrano amore o odio per un popolo.

Ma già la sto ingarbugliando troppo, tradendo la misurata semplicità del mezzadro toscano. Il contatto con la natura dei contadini li fa essere più prossimi ad un modo di percepire la verità che è spesso è semplice come toccare la corteccia di una quercia o vendemmiare quando è settembre.

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Nei prossimi giorni toglierò la polvere dal quadro con le sue medaglie, lo farò prima dell’undici novembre. Ogni anno l’undici novembre mio nonno andava a comprare le salsicce, così mi hanno raccontato, perché proprio quel giorno ha saputo della fine della prigionia e bisognava fare festa.

Era la vera fine dell’inutile strage.

Lui poteva celebrare il suo personale anniversario, a differenza degli altri 600.000 italiani che non sono più tornati.

Le salsicce sulla graticola sono la migliore risposta a tanta retorica peudo-patriottica e celebrativa.

 

 

 

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