Un inizio di cammino

Il cammino sulle terre del sisma, partenza da Fabriano qualche giorno fa, sorrisi e sensazioni sapendo di fare qualcosa di essenziale, di piccolo ma importante. C’erano il sindaco di Fabriano, i giornalisti, qualche videocamera, ma soprattutto c’è un’aria fresca che sembra una lunga primavera soleggiata, un esplicito invito meteorologico a camminare.

Invece che “marcia” preferisco pensarlo con la parola “cammino”, anche per le sensazioni che evoca il suono delle sue sillabe.

Io ed Elena facciamo la prima tappa e poi forse un altro tratto nei prossimi giorni per impegni lavorativi. Certo, per fare una vera esperienza occorreva immergersi e farlo tutto, dimenticando per qualche giorno il resto della vita, cercando di allargare il proprio spazio interiore, vivendo il potente miscuglio di sensazioni fisiche e spirituali di un cammino importante come questo.

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Per me è comunque significativo toccare la pelle di una lunga camminata in un territorio  ferito. C’è il ricordo dell’angoscia di quei giorni anche se abito fuori dal “cratere”,  brutta anche questa parola. Ricordo il rumore del terremoto, mugghio profondo che angoscia, il rantolo del mostro che poco lontano ha divorato vite umane.

Camminando si dialoga e si ascolta: un signore con una barba da patriota del Risorgimento racconta di un suo amico cieco, che fa lunghi cammini toccando con un dito la spalla di un suo compagno di viaggio.

Una volta l’amico cieco lo ha invitato ad andare a vedere una partita di calcio allo stadio: non vorrei sembrare pignolo – gli ha risposto – ma “vedere” mi sembra francamente eccessivo.

“Non ti preoccupare, io ascolto, sento e capisco come va la partita!”

Che bella cosa saper ironizzare su una così tragica situazione, mettendo così in scacco lo sconforto.

Lungo il cammino torna a disvelarsi ai nostri occhi il bel paesaggio di monti, colline, valli, campi coltivati, mi prende un leggero rammarico di sottovalutare  la preziosità del nostro piccolo mondo fatto di alture e poggi che si sfiorano.

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Una ragazza racconta di aver deciso di fare questo viaggio a piedi per accarezzare coi propri passi queste terre ferite, per ascoltare i racconti delle persone, sarà emotivamente impegnativo: “Occorre forza e delicatezza per farlo”. E quando forza e delicatezza si uniscono possono uscire grandi cose.

Poi anche storie di cattiva politica che coinvolge anche i cammini: siccome arrivano tanti soldi per la riapertura della via Francigena allora ogni comune chiama “Francigena” il proprio cammino. Alcuni comuni litigano per stabilire dove veramente ha camminato San Francesco. Come se fosse un assessore a stabilirlo. Ci sono in ballo tanti soldi, non è detto che sia una buona cosa. Certo, qualche investimento serve, ma non più di tanto secondo me, il camminare è l’azione leggera e gratuita per eccellenza. Troppo denaro rischia di rovinare anche quel poco di semplice genuinità che ci resta.

Poi altri racconti di frammenti di vita, come un’altra ragazza che ha avuto la sua casa danneggiata e inagibile a causa del terremoto; nel frattempo si è trasferita in un’altra regione, segmenti di esistenze che fanno fatica a ricomporsi. Passerà proprio davanti a quella casa in cui è cresciuta, adesso chiusa, penso a quanta forza ci vuole!

Attraversiamo Esanatoglia dove un santo, utilizzando tre dita, delle quali ci sarebbero ancora le profonde impronte sulle rocce, salvò il paese dalla montagna che stava per crollarvi sopra, trattenendo i rocciosi macigni cadenti.

Una persona evidentemente tormentata per amore ha cosparso il paese di fogli con versi poetici.

Ma per avere un po’ di poesia basta guardare un campo di grano, il suo colore e il fruscio delle spighe al vento, camminandoci lentamente accanto.

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