La riabilitazione del pero

“L’uomo nasce libero, ma ovunque è in catene”, scriveva Rousseau qualche secolo fa a proposito dell’origine delle diseguaglianze.

Ma è possibile che gli uomini abbiano proiettato anche sugli alberi questa idea distorta?

Prendete ad esempio al pero. Io ne ho visti di bellissimi qualche mese fa a casa di Nicola Maori.

E mentre li ammiravo cercavo di pensare qualche storia, qualche leggenda legata a questa pianta che non ha niente di meno rispetto a tante altre. Eppure non mi veniva in mente niente. In compenso tante sulla quercia.

Abramo, dopo un lungo cammino, si riposa finalmente sotto una grande quercia e da lì contempla le vallate che si estendono sulla Terra Promessa.

A Dodona, nell’Epiro, i sacerdoti consultavano le grandi querce dell’oracolo, interpretando le sillabe arcane che sprigionava il vento tra le foglie, o le risonanze del sacro catino di bronzo quando vi cadevano le ghiande. Dormivano sulla nuda terra per non smarrire il legame con la grande madre.

Quante storie attorno alla quercia! Tutte meritate, per carità, gran bella pianta. Per non parlare delle viti o degli olivi, quante leggende anche su di essi!

E i peri? Niente.

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Forse sono ignorante e non le conosco. Mi viene in mente: “ecco, guarda, è cascato giù come una pera cotta!” Espressioni di dileggio, vaghe prese in giro, derisioni sottili: “scendi giù da quel pero!”

I peri: come i plebei, subalterni, emarginati, il sottoproletariato del regno vegetale.

 

Però adesso basta. Se non esiste una mitologia sul pero, bhè, allora bisogna crearla.

Se c’è uno scrittore tra gli otto lettori di questo blog, si faccia avanti. E cominci a risollevare la reputazione di questi peri, che se lo meritano!

 

E le belle foto scattate da Claudio Giuliani possono accendere l’ispirazione.

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