Breve pensiero sul canto del gallo

Oggi ci sentiamo forti anche grazie alla diffusione della tecnologia e all’illusione del progresso. Ci sentiamo superiori, o più intelligenti, rispetto alla generazione dei nostri nonni, quella dei mezzadri.

Del racconto della Passione mi attira il rinnegamento di Pietro. La paura non viene nascosta, ma entra nel racconto fondamentale della religione cristiana.

Abbiamo occultato la fragilità e ci si vergogna delle proprie paure.

Era l’ora più dura, le guardie erano arrivate con le spade ed i bastoni, numerose, di notte, sfruttando la poca gente in giro, per evitare reazioni. Ci sono scontri fisici, scorre il sangue, un uomo perde un orecchio.

Gesù viene arrestato, Pietro lo segue ad una certa distanza, ma quando gli dicono che lui era uno dei discepoli, eccolo che nega. “Non conosco quest’uomo”, “Non so quello che dici”. Forse ha paura di fare la stessa fine. Poi il canto del gallo e il pianto.

Ma prima c’è la paura, un aspetto della natura umana. Guardandola nella luce chiara dell’alba possiamo riconoscerla. Ci aiuta a capire quanto siamo fragili.

Oggi l’arroganza è considerata virtù, è prerogativa di chi si sa far valere, è legata ad una diffusa idea di leadership. Invece la consapevolezza delle nostre paure ci renderebbe umili, se le sappiamo ascoltare.

Se le sappiamo raccontare.

Il gallo che canta è il risveglio dalla notte più buia.

 

 

 

 

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“Pietro al canto del gallo” olio su tela di Renzo Cisco
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