Un mondo che non scompare

Una città con strade pulite che, nonostante tutto, mi sembra quasi accogliente, una piazza che ai tempi di Ambrogio Lorenzetti era percorsa da gridatori che declamavano vari annunci, dai mercanti, dall’addetto alla nettezza che aveva il diritto di portare i suoi maiali in Piazza del Campo a nutrirsi dei rimasugli del mercato, pulendola nel contempo.

Qualche tempo fa lessi di un affresco di Ambrogio Lorenzetti, pittore senese della prima metà del Trecento, in un  classico libro di Emilio Sereni “storia del paesaggio agrario italiano”; ci sono i campi racchiusi da fratte di arbusti, le coltivazioni ordinate, non dissimili a oggi. Il tutto all’interno di uno straordinario ciclo che è insieme realistico e idealizzato, un tripudio di simboli ed allegorie sulla politica e sulla vita quotidiana in una bella città italiana del Trecento.

Ci sono tanti buoni motivi per andare a Siena.

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Prenoto l’albergo: tassa di soggiorno, sovrapprezzo per il parcheggio vicino all’albergo. Altrimenti macchina a mezzo chilometro.

Ipotesi di andare in treno scartata perché ne avrei dovuti cambiare quattro: 1) Senigallia – Bologna; 2) Bologna – Firenze; 3) Firenze – Santa Maria Novella; 4) S. M. N. Siena. Non esattamente  comodo.

Quindi si va in macchina. Biglietto unico per la mostra sul Lorenzetti e per il museo civico cumulabili con un piccolo sconto, ma solo se lo chiedi alla biglietteria della mostra, se chiedi la stessa cosa alla biglietteria del museo niente; è come dire che se chiedi un caffè e un amaro hai lo sconto, ma se chiedi un amaro e un caffè no.

Piazza del Campo è bella di suo, anche senza pensare al palio. La torre del Mangia con la sua lineare verticalità di mattoni in cotto, che spezza il cielo azzurro di una giornata invernale non fredda, con poche nuvole; in chi guarda fa congiungere sinapsi in grado di produrre reali momenti di allegria della mente.

Quasi niente auto in centro. E quelle poche sono taxi o furgoncini elettrici, passano col tenue sibilo dell’attrito delle ruote sul lastricato di pietra. Sembra più qualcosa di vivo che di meccanico, una tecnica amica dell’uomo, ancora i margini delle nostre abitudini.

Librerie: una aperta da pochi mesi, ma con l’arredo e la suddivisione di una vecchia libreria: scrittori italiani, francesi, russi, americani. Poi scaffalature delle diverse case editrici.

I pici con ragù e porcini danno la temporanea illusione di vivere in un mondo riconciliato dove i problemi più gravi sono alle spalle.

Quando sono entrato nella Sala dei Nove ero da solo. L’allegoria del buon governo e tutto il resto era lì dal 1339 e io ho avuto il privilegio di vederli: un incontro con un insieme di idee, con volti e azioni dipinte, con un mondo che non scompare. Quasi ogni giorno un cittadino italiano può avere un privilegio simile in una penisola così ricca di cultura. Ma spesso pensiamo ad altro.

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Poi la Cattedrale, con le sue imponenti geometrie esterne bianche e nere.

Ma c’è anche lì un biglietto di ingresso, non simbolico, che poi si può cumulare con altre visite, tutte interessantissime, salendo fino a 20/25 euro a testa.

All’ingresso, ma siamo già all’interno della Chiesa, una giovane signora gentile controlla il codice a barre del biglietto con lo scanner, poi ci fa passare per un tornello che si sblocca. Un piccolo cartello invita coloro che vogliono assistere ad una funzione religiosa ad entrare per una via laterale.

“Mi scusi” rivolgendosi a me “Il cappello…”

E certo siamo pur sempre in una chiesa, bisogna togliersi il cappello.

Dopo aver pagato il biglietto.

Mi viene in mente la sequenza della cacciata dei mercanti dal tempio del musical “Jesus Christ superstar”, ritmo rock tradizionale.

Sulla strada del ritorno manifesti di un concerto di Bollani, tastiera con regolari alternanze di bianco e nero.

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