Dove posso ritrovare le tracce di quel tempo?

Una sensazione, frutto di aspettative diverse dagli altri viaggi, mi continua a prendere ogni volta che torno ad Assisi, effetto della persona eccezionale legata a quel luogo. E provo a immaginare cos’era quella città e in che rapporto è con questa che vedo. Gli ulivi sotto le mura, un immaginario di serenità, gli angoli dei palazzi antichi, gli archi a sesto acuto sopra alcune porte, forse botteghe, un tempo. Le pietre scabre e rugose dei palazzi, che belle! Mi sembrano una cosa vicina all’idea inafferrabile di tempo.

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Atmosfera insieme ruvida e delicata.

Per entrare nella basilica ci chiamano due militari per il controllo alle borse, una semplice occhiata superficiale senza farci tirare fuori nulla.

Nel chiostro una bella mostra sui cammini, non pensavo potesse emozionarmi tanto una esposizione solo di scarpe vecchie. Ma con una storia.

Gli affreschi del ciclo giottesco della Basilica Superiore, belli, apparentemente semplici, una solennità che ti parla senza sovrastarti.

La “Predica agli uccelli”, la “Donazione del mantello” con quel paesaggio dietro le figure dove collina e montagna si congiungono nella forma.

Dopo, lungo una strada, un prete con dietro una comitiva cammina guardando il proprio smartphone.

Monaci e suore con abiti di diverse fogge, riconosco i Conventuali per il colore nero.

Tanti turisti e guide che parlano in continuazione, mentre forse quel luogo ci parlerebbe ancora più volentieri con le sillabe del silenzio.

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Si aggira un uomo con un saio cucito con tanti pezzi di juta, volutamente un po’ sbrindellato, tale da voler sembrare mendicante, con un bastone, capelli e barba troppo ben curati, sembra il corrispettivo locale dei centurioni mascherati al Colosseo. Frammenti di postmoderno.

Una rocciata e un cappuccino al bar: “E’ il nostro dolce tipico”, mi dice la barista con gli occhiali, una messa in piega che sta cedendo e il sorriso standard orientato al turista.

Partenza dal centro,  salita verso l’Eremo delle Carceri passando accanto alla rocca albornoziana, salita e pietrisco sotto i piedi, salita e lecci ai lati, salita e cielo sopra.

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Ad un certo punto il sentiero si interrompe e ritorna l’asfalto con comitive di turisti che vogliono parcheggiare. Invito al silenzio all’ingresso non rispettato.

Dove posso trovare tracce di quei tempi? Cos’era quella città dove abitava un ricco mercante con un figlio all’inizio come tanti altri, poi un po’ strano, almeno così doveva sembrare a molti, un cavaliere mancato, un ribelle, un ingrato verso il padre.

Mattina presto, nuvoloso, qualche goccia di pioggia, mura, torrioni e vicoli attraversati a piedi, ascoltando l’aria che profuma di temporale. Un tempo che bisogna lasciar vivere.

 

 

 

 

 

 

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