A cosa serve soffrire? Ovvero: dialettica della raccolta delle more

Passeggiata sul lungofiume, sentiero, canne da una parte; ailanti, acacie e arbusti dall’altra. E tanti rovi: “Guarda quante more!  Bisogna tornarci con un canestro!”

Ci si torna: canestro sotto braccio, more tante, ma appena si avvicina la mano per coglierle, piano, per le spine dei rovi, ci si accorge subito che sono anche rinsecchite. Vittime precoci della siccità, non hanno sviluppato quel bel concerto di sentori zuccherini che già si pregustano toccando la morbida sottile pellicina delle drupe. Hai voglie a farne due chili per una decente cottura di marmellata!

Ogni tanto ce n’è qualcuna lucida, tenera al tatto, accogliente: frutti privilegiati di un rametto che ha assorbito acqua chissà da dove, poi il sole ha fatto il suo, elargendo vitamine e fruttosio alla succosa piccola polpa interiore.

Ma altre al tatto sembrano quasi delle lappe, minuscole e rinsecchite, inutile coglierle, non vanno bene per la marmellata.

Ma guardando bene, quelle proprio tra i rovi, in mezzo agli spini, sembrano le più belle. Ti sfidano: “prova a cogliermi se hai il coraggio!”.

Così mi faccio largo con delle forbici, lavoro di precisione coordinando le dita con l’avambraccio, nervi saldi, procedo con la prudenza che l’ambiente sottilmente ostile richiede. Gli spini prevedibilmente sono lì, nascosti e infingardi, aculei stronzi e spietati  che non hanno affatto risentito del caldo. Efficienti, non perdono occasione di ricordarti che il connubio tra la molle croccantezza della pasta frolla e la dolcezza della marmellata, che, sotto forma di crostata, rincuora nei freddi pomeriggi invernali, passa proprio attraverso questa prima aspra prova.

Una piccola puntura fa quasi imprecare, o, peggio, desistere. Ma poi ci si inoltra ancora con la mano, con le forbici si sfrondano alcuni stecchi spinosi. Infine eccola, la mora lontana, quella difficile da afferrare, quella che prometteva già rotonde violacee e mielose saporosità. Eccola! Presa!

Ma ecco che, invece, una volta tra le dita, viste meglio da vicino, le more lontane non per questo sono le migliori.

Gli sforzi, le piccole fitte delle spine, gli ostacoli superati per raggiungerle, la tenacia dispiegata, pensavo, dovevano pur avere una contropartita, un ripascimento.

La fatica deve pur essere ripagata in qualche modo, altrimenti che senso ha lottare per raggiungere uno scopo?

Ma evidentemente non basta soffrire per ottenere qualcosa…

Anzi, spesso, soffrire non serve a niente.

 

 

 

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