Il racconto del cinismo

Guardo assai raramente la televisione. Quasi mai. E un po’ mi dispiace perché significa che forse non sono più al passo coi tempi, che il presente mi sfugge.

C’è Blob, con immagini tratte dai servizi sul terremoto e qualche intervista.

Un giornalista che avvicina di notte una persona accovacciata su una sedia all’aperto, con sopra una coperta, di fronte ad un mucchio di macerie illuminate da un faro, il giornalista chiede com’è la situazione, lui risponde indicando le macerie: lo vede anche lei com’è la situazione, con tono gentile, anche troppo. Il giornalista insiste. Lui dice: per favore, non ora, magari in un secondo momento, ma non ora.

Aver perduto completamente la visione d’insieme. Ringrazio la mia scelta di aver studiato filosofia, che mi può aver reso difficile la ricerca di un lavoro, ma mi consente di avere una visione d’insieme. Non una visione superiore, solo un po’ larga.

Tenere insieme le parti, intuire il legame tra le cose diverse, tra i molteplici aspetti, riuscire a mettersi da un altro punto di vista. Anche il camminare mi aiuta in questo.

Invece molti, anche tra i cosiddetti intellettuali, sembrano talpe cieche. Dentro il proprio ristretto mondo, senza accorgersi degli altri, di gente che muore in mare, o sotto un cumulo di macerie.

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E’ giorno, un giornalista dice che in questa casa, ormai un mucchio di macerie, fino a poche ore fa c’erano persone che facevano una vita normale, poi invita l’operatore video a stringere su un materasso. Un altro tira fuori foto di vacanze sporgenti dalle macerie. Solo io vedo una intimità, un frammento di sacralità che non andava violata? Un altro, dal volto molto noto, pensa di essere brillante citando “Like a rolling stone” di Bob Dylan e chiosando: qui ce ne sono tante di pietre rotolanti. Fino a quel abisso è rotolato il nostro senso comune?

A persone che piangono, giornalisti giovani, uomini o donne, mettono un grosso microfono davanti, persone che piangono con le mani che coprono il volto e il giornalista chiede: come si sente?

Un senso di lontananza mista a tistezza, non riesco a concepire altro. Un lucido, anche se malfermo di salute Enrico Ghezzi, dice che non bisogna farsi ingannare dalla finta spontaneità insita nello spettacolo, le scosse non si vedono, quindi bisogna far vedere i corpi, le scosse sotto pelle, perciò il cinismo dell’esposizione del dolore. Non c’è nulla di più cinico – dice – della parola “racconto” abbinata al terremoto. Mi fanno tristezza quei giornalisti e quei milioni di spettatori. Io non riuscivo a tenere la televisione accesa neanche dieci secondi nelle settimane successive alle scosse di agosto e di ottobre. Guardo ogni tanto Gazebo, Report, guardavo al rassegna stampa di Fiorello sul canale otto o nove non ricordo.

Un giornalista finisce un servizio dando il microfono all’operatore video e mettendosi a spalare un po’ di neve, concludendo così il servizio da un paese terremotato; insieme agli altri spalatori in tuta arancione, lui in pantalone e camicia elegante. La finta spontaneità che nasconde il trucco dello spettacolo seducente e ingannevole.

La finta bontà: la peggiore cattiveria. Il cinismo eletto a normalità quotidiana.

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