Venti chilometri e… sentirli tutti!

Venti chilometri in un solo giorno penso di non averli mai fatti in vita mia. L’idea di partire da un paese per raggiungerne un altro a piedi è semplice e intrigante, ti fa sentire come un viandante di altri tempi, almeno per qualche ora. La strada ti guarda in modo diverso quando cammini, anche il paese in cui arrivi, benché conosciuto, sembra che abbia un profilo diverso, ti accoglie in silenzio. Ti sembra più sincero.

Partiamo dalla piazza di Ripe, sulla facciata di un palazzo c’è una vecchia scritta: scuola femminile di arti e mestieri. Fino a qualche decennio fa le suore insegnavano il cucito alla bambine. Precisione e pazienza che servono a fare bei ricami. Anche chi cammina ha bisogno di pazienza.

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Dev’essere una bella emozione quando gli altri guardano un oggetto bello, fatto con le proprie mani. Fino all’anno scorso ci facevano laboratori dove i bambini costruivano oggetti ispirati agli antichi mestieri artigiani. La precisione delle mani, quanto sembrano fuori moda queste cose! E quanto sono indispensabili!

Arriviamo a Passo Ripe, il rudere di una fornace di laterizi, uno dei pochi esempi di archeologia industriale delle Marche, presente nel volume dedicato alle Marche dell’enciclopedica Stodia d’Italia della Einaudi. Ci lavoravano gli scariolanti, gli smazzolatori, i fuochisti, mestieri desueti, fatica pesante, il fuoco non si spegneva mai. Il fuochista lavorava all’introduzione ed estrazione dei mattoni nella struttura interna circolare delle fornaci metodo Hoffman. Contendeva i mattoni alla fiamma, una lotta fatta di sudore e sangue nelle mani, per ammaestrare il moloch di fuoco. Storie che Aldo Bizzarri, il fuochista, ci ha regalato, in un bel pomeriggio a casa sua, prima di andarsene qualche anno fa.

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Attraversiamo, io ed Elena, la grande rotatoria della Bassa, questa volta non attorno con la macchina, ma in mezzo, a piedi, sembra immensa. E quasi piacevole passarci, un’oasi nel rumore, sembra un nascondiglio furbo dove nessuno ti vede.

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Poi dobbiamo prendere la provinciale per un pezzetto, non mi piace, troppe macchine, ma ad un certo punto troviamo stradine secondaria, allunghiamo un po’ ma prendiamo quelle, bella sensazione lasciarsi il rumore delle macchine alle spalle, sembra già di essere in un altro mondo.

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Arriviamo a Santa Maria Apparve, giornata di sole tiepido, con foschia, strana atmosfera, calda e fredda insieme, l’ideale per camminare, con una luce che taglia le forme delle case e delle colline: da lontano la sagoma di Ostra sembra scura, poi dettagli e colori prendono vita quando ci avviciniamo. Il paese sembra accoglierci, ci sentiamo parte di un tutt’uno che è diventato un po’ più grande cammin facendo. In piazza c’è il sindaco Andrea Storoni.

Gli diciamo che siamo venuti da Ripe a piedi? Era con altre persone che non conoscevo. Desistiamo. Se qualcuno mi avesse chiesto il perché di questa apparente azione pazzoide non avrei saputo rispondere in breve. Per rispondere veramente avrei dovuto spiegare un po’ di cose del mio rapporto coi paesi e le colline. Probabilmente l’avrei buttata sulla battuta dei corinaldesi che sono un po’ matti. Un saluto e via.

Panino con prosciutto, acqua e via di ritorno, passando per le mura. I ganci del vecchio campo boario formano una linea regolare sulle antiche mura.

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Gambe pesanti, fiato grosso, la mente è meno brillante. Anzi, no, è solo meno veloce. E forse non è uno svantaggio.  Ad un certo punto comincio a contare i chilometri che mi separano da casa e dalla penisola del divano. Ma le gambe vanno lo stesso, la strada è quasi amica e il tempo un alleato fidato.

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A casa, dopo una un’ora di riposo mi viene una strana energia, come se avessi attinto ad un serbatoio di vita tenuto per troppo tempo chiuso.

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