Storie di grano e di guerra, con il santo nella stalla.

In una stalla delle campagne Corinaldesi nelle mattine d’inverno, negli anni Trenta, una giovane donna si sedeva su uno sgabello e si metteva a fare lavori di cucitura e di rammendo. Era la vicina di casa di Elena Belbusti, che ha compiuto da poco 96 anni.  All’epoca non c’erano televisori, non c’era internet, dalle sue parti non c’erano automobili, il fascismo non aveva ancora preso il potere. Ma c’erano già le scuole, anche nelle campagne.

C’è un uomo con un saio, un bastone, tutt’intorno diversi animali: un cavallo, un somaro, un cane, un bue e, in primo piano, un maiale. Vicino all’uomo un fuocherello, in testa l’aureola: è S. Antonio Abate, asceta del III d. C.

Una immagine come questa, incorniciata, era appesa ai muri in tutte le stalle contadine, valata dalla polvere o dal fiato dei buoi. Una giovane donna passava le mattine nella stalla della famiglia di Elena, in compagnia dei buoi e del santo, una stalla a metà strada tra la sua casa (dove non c’era legna per scaldarsi) e la scuola, (dove accompagnava sua figlia). Si portava qualche lavoretto da casa e aspettava che arrivassero le una per riaccompagnare a casa la bambina e intanto stava al caldo naturale della stalla. Calore e fetore. A volte quei vicini regalavano alla donna infreddolita un po’ di legna e un po’ di pane da portare a casa.

Dal punto di vista di oggi si potrebbe pensare: che tristezza! Forse è così, ma c’è un dettaglio.

I racconti di tanti anziani si assomigliano su un punto: una volta c’era allegria, c’era una sorta di contentezza basata sul nulla; le famiglie numerose, le castagne la vigilia di Natale, i focaroni che si accendevano in onore del santo, il 17 gennaio. Una lieve letizie semplice ottenuta facendo bastare il poco, lontani dall’effimero, attenti ai bisogni veri, niente era superfluo, quindi ogni cosa era importante. E ogni persona.

Durante la sua vita Elena Belbusti ha visto la seconda guerra mondiale, gli inglesi, gli americani, i tedeschi, i partigiani. C’erano tre silos pieni di grano vicino a casa sua, in tempo di razionamenti, i contadini obbligati a conferire grano e carne, c’era la “tessera”, che dava diritto a modestissime razioni di pane, di riso, di carne e di zucchero. Nuove povertà del tempo di guerra che si aggiungevano alle vecchie.

Il magazzino pieno di grano e la gente che aveva fame. La gente chiede al guardiano – un poveraccio anche lui messo lì dal regime – di aprire e far prendere il grano, per placare la fame. Si intavola una trattativa, lui si rifiuta, allora un contadino esasperato lo colpisce alla schiena con una pala. Questo fatto nuovo dà una svolta alla contrattazione e induce il guardiano a rivedere la decisione iniziale, aprendo i silos. Lunghe code di gente con contenitori di ogni tipo, pieni di grano, file lunghissime lungo la strada che portava al molino Patregnani, più lunga della processione del Venerdì Santo.

La giovane donna povera, vicina di casa della famiglia di Elena, con la sua famiglia racimola anch’essa un po’ di grano, ma la loro casa è piccolissima, non sanno dove metterlo. Decidono di sistemarne un mucchietto sotto il letto. Un bel dormire sopra quella morbida riserva di tranquillità: il pane per qualche settimana era sicuro e la fame si allontanava insieme al fronte ai soldati e insieme al rombo dei caccia bombardieri, che in quel tempo fecero una strage a Chiaravalle, proprio il giorno di S. Antonio, in mezzo ad una fiera del bestiame. Ma quel giorno era festa per i contadini, lo scannatore non ammazzava il maiale, si accendevano grandi fuochi e i ragazzi scherzavano con le ragazze. E si portava a benedire il fieno in chiesa.

Si facevano le carni quando era “luna vecchia”, quando era freddo e umido, per dare modo al sale ed al pepe di insaporire e conservare meglio le lonze, i salami e i prosciutti, che dovevano durare tutto l’anno,  fino al pranzo della trebbiatura, durante l’estate, e anche oltre.

“Era usanza che durante la trebbiatura i contadini e il padrone coi suoi collaboratori avessero pranzi separati”, racconta Elena Belbusti, ma una volta capitò un piccolo incidente, qualcuno si è scottato durante la preparazione delle pietanze per così tante persone, una cosa molto faticosa. “Allora da quella volta abbiamo fatto un pranzo uguale per tutti, vincisgrassi, per tutti, per il padrone, per i contadini, per i macchinisti…” Tutti uguali, almeno per un giorno, a casa di Elena Belbusti, la cui famiglia alcuni giorni fa ha fatto le carni del maiale e il tempo era quello giusto.

Immagine santino

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