Minatori in fuorigioco.

Nel 1870 un contadino a Cabernardi vede il proprio somaro che si rifiuta di bere, eppure era assetato. Sente uno strano odore provenire dalla terra, pensa ci sia la presenza del Diavolo, va dal parroco, che invece consulta un esperto che si rende presto conto che siamo in presenza di un giacimento di zolfo. Il giacimento col tempo si rivela molto più grande del previsto, i minatori all’inizio sono cento, poi con gli anni passano a duecento, trecento, arrivano a mille negli anni Venti. La piccola Cabernardi si ripopola, mercati con ogni genere di beni, attività sociali e culturali. E come in ogni paese, nei primi decenni del secolo scorso, sorge la squadra di calcio. Tanto lavoro, sacrifici, incidenti, ma anche tanto denaro che circola. E quell’odore acre, tipico dello zolfo che brucia quando viene separato dalla ganga per poi venire inviato alle raffinerie.

La squadra di calcio si fa valere, è forte, vince e si fa rispettare. Ma quella puzza si espande non solo nei paesi vicini, ma fino a Corinaldo quando tira lo scirocco. La miniera, negli anni trenta si estende per diversi chilometri in ampiezza, su diversi livelli di profondità, fino a sfiorare i mille metri, con complessivamente circa 40 chilometri di gallerie sotterranee, dalle quali emergono alte ciminiere che liberano nell’aria gli inconfondibili miasmi. Molte erbe si seccano, resistono solo alcune piante come le tamarici. La gente del posto ci si abitua, in parte. Ma i forestieri no. In cima ad una di queste ciminiere, quella vicina al centro abitato e al campo di calcio, hanno applicato un pannello, che avrebbe dovuto deviare i fumi nella direzione opposta rispetto al centro abitato. Un po’ funzionava, quel grande pannello schermava il paese e mandava i fumi verso le montagne. La squadra di calcio, pur forte, a volte però andava in svantaggio, anche quando giocava in casa. Capita anche ai migliori. E chissà come, pur senza i social e senza i telefonini, qualcuno in miniera lo veniva presto a sapere.

E si narra che il pannello veniva girato dall’altra parte, mandando i fetori non verso la montagna, ma verso il paese, proprio verso il campo di calcio. Probabilmente i calciatori erano minatori essi stessi, erano abituati. Ma i giocatori della squadra ospite no. E quando la partita volgeva al termine gli atleti erano in debito d’ossigeno. Ed ecco che arrivavano vampate di aria sulfurea a saturare i polmoni. Poi poteva capitare che la squadra di casa pareggiava. O addirittura vinceva, tra gli occhi rossi e i colpi di tosse dei giocatori avversari.

Negli anni cinquanta ci fu nella miniera una grande protesta, con decine di persone che rimasero per mesi a circa cinquecento metri di profondità, per protestare contro la decisione di licenziare circa ottocento operai. Fu l’epopea dei “sepolti vivi”, della quale parlò la stampa nazionale. Adesso la miniera è un parco visitabile. E l’aria è pulita e fresca come la memoria di questa grande, terribile, affascinante storia di lavoro della nostra terra. E le squadre che vanno a giocare da quelle parti, se perdono, non hanno più scuse.

 

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