Focaraccio

Freddo, sera d’inverno, nebbia. Stare vicino ad un grande fuoco all’aperto quando viene il primo freddo vero, che bella sensazione! E’ una reazione positiva alle notti sempre più lunghe, una reazione umana, il buio che viene rischiarato, un movimento di contatto fisico con le stagioni, una piccola rivincita degli uomini contro il gelo che scende, le persone possono scaldarsi, stando insieme. Finché dura, il fuoco ci fa sentire una piccola comunità. Una comunità provvisoria, come direbbe Franco Arminio, il poeta dei paesi.  Gesti antichissimi. Notti lunghe e fredde, fuochi che si accendono sulle varie colline. Uno, da casa propria, se stava in un posto un po’ in alto, poteva vedere qua e là i fuochi. I contadini facevano a gara a chi lo faceva più bello. Ed era un semplice piacere mettere da parte le frasche di ulivo appena potati, i giorni prima, pensando già a quanto avrebbero scaldato. Calore che vince il freddo. Che lo accoglie senza subirlo. Il freddo ci fa gustare il fuoco.

Gesti che si ripetono da secoli, che ricordano la “Venuta”, una storia di angeli che trasportano pietre, che penso può far quasi sorridere un adolescente di oggi nativo digitale. Pietre di quella della casa  dove Maria è nata ed ha ricevuto l’Annunciazione, portate da Nazareth a Loreto. E i fuochi servivano per indicare la strada agli angeli. Un aspetto dell’identità marchigiana.

Studi sulla Santa Casa ci informano che quelle pietre vengono proprio da là e appartengono a quel periodo, trasportate via nave al tempo delle crociate.

Andiamo a vedere il focaraccio dai frati di Corinaldo. La nebbia si dirada durante il tragitto in macchina, arriviamo al convento, Padre Stelvio canta imperterrito al megafono.

Il fuoco comincia ad ardere, sempre più grosso. Si alza di qualche metro. Gente con i telefonini che riprendono e fotografano. La bella luce del fuoco, le piccole luci dei telefonini, fuochi fatui, piccoli mattoni della nuova Babele.

Il crepitio del fuoco, il calore sulla faccia, le fiamme, il fuoco bello “robustoso et forte”, è vivo e ci parla ad ognuno di quelli che eravamo lì.

“Una volta i frati a Corinaldo erano una potenza”, mi dice un amico, “c’era il frate falegname, il cantiniere, l’ortolano, dovevi vedere l’orto, che bellezza, era là… Adesso sono giusto il numero per rimanere aperti, ma sono lì e lì, rischiano di chiudere dicono, ma prima la gente si ritrovava qui la sera, invece di andare al bar.”

Padre Stelvio ci avverte che sono pronte castagne e vin brulè. Si sente già l’odore del vino caldo che evapora e dei chiodi di garofano. E il fuoco crepita, piccoli scoppiettamenti che ci danno una sottile allegria della mente. Buonumore che ci portiamo dietro risalendo in macchina sulla strada del ritorno.

 

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