L’alfabeto degli alberi

Certi alberi sono così grandi che sembrano montagne.

Fino a qualche anno fa ad Ostra era possibile vedere un albero gigante. Un patriarca. Era l’olmobello, circa trenta metri in altezza e in larghezza, una grande casa del tempo.

Qualche giorno fa a Corinaldo hanno piantato degli alberi lungo le strade per evitare le frane. Qualche anno fa piantavano un albero ogni bambino che nasceva.

Negli anni venti a Corinaldo hanno piantato un albero ogni morto della prima guerra mondiale. Quando passeggio ho l’impressione che qualche albero, dove passo più spesso, mi riconosca. Diverse querce sono nate prima che nascesse l’Italia. Ci passiamo accanto senza badarci più di tanto. Ma gli alberi hanno memoria.

Quando si entra in un bosco è come entrare in una casa diversa da tutte quelle che abbiamo visto, una casa di tutti e di nessuno, un luogo segreto che sembra esistere solo per noi.

Accarezzare la corteccia di un albero è un piccolo privilegio che pochi si concedono.

Alcune querce hanno un tronco, rami grandi che poi si biforcano tante volte fino a diventar piccolissimi, delicati pennelli nati da un tronco enorme. Fronde che vanno verso il cielo poi curvano e ritornano verso la terra dove abitano le radici.

Certi alberi vorrebbero raccontare molte storie ma non c’è nessuno ad ascoltarli. Una volta i vecchi insieme ai bambini i pomeriggi d’estete facevano compagnia agli alberi un’oretta, sedendosi vicino ad uno di loro, su un ceppo. E li ascoltavano.

Nel 1944 le cannonate hanno spezzato diversi grandi rami, alberi feriti sono sopravvissuti. I vecchi gelsi perdono la consistenza del tronco, che diventa vago all’interno, ci può stare dentro una persona.

Lungo un sentiero di Barbara ho visto un albero con un ramo spezzato e bruciato per un fulmine che lo ha colpito.

Ogni volta che nasce un albero è una piccola solennità silenziosa.

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