Archeopasseggiata: le prove generali.

A piedi dall’antica Suasa a Santa Maria in Portuno. Partiamo dall’area archeologica di Suasa, la bella giornata di sole tiepido ci aiuta.

L’antica città romana di Suasa la cui fondazione risale al III secolo a. C., la lussuosa dimora dei Coiedii – preziosi marmi, raffinati mosaici tra i quali il mosaico del satiro ebbro – il foro, le pietre levigate dell’antica strada la cui linea coincidere con la strada che andiamo a percorrere a piedi stamattina. Siamo sulla stessa strada che percorrevano gli antichi romani per andare verso la costa. Ieri il basolato, oggi l’asfalto.

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Lungo la strada tanti incontri interessanti, il paesaggio ci parla. C’è il filare, sua maestà il filare, lo si riconosce dall’acero alla sommità, le piante da frutto in mezzo alle viti. Adesso ci sono i vigneti, ma prima, coi filari, era tutta un’altra cosa, disegnavano le colline coi loro lunghi tracciati. Storie di lavoro, rituali, leggende attorno al filare di viti.

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Il cipresso: chissà se ci sono ancora maestre che fanno imparare a memoria le belle poesie. “Tre casettine dei tetti aguzzi/un verde praticello/un esiguo ruscello: Rio Bo/un vigile cipresso…”

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Il granoturco: quante storie attorno a questa pannocchia. Prima della raccolta e della scanafoia i contadini usavano “fare le cime”, asportare la sommità del gambo per utilizzarla come foraggio. E’ un lavoro di fine estate, strano ci siano ancora. Ma un campo di granoturco cimato è una bella sorpresa stamattina. Non si buttava via nulla. Rifiuti zero o quasi. Poi si scartocciava, ed era una festa.

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Alle nostre spalle vigilano il Monte Catria e il monte Acuto, li chiamano il “trono degli dei”, perché, guardandoli dalla costa, cioè dalla parte opposta, la vallata sembra la seduta di un trono che ha nelle due montagne i suoi grandi braccioli. La cima di una montagna da sempre è un luogo sacro.

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Quanti bei colori ci regala l’autunno, vendemmia terminata da poco, odore di mosto dalle cantine. E tra qualche settimana è già tempo di novello.

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Intanto attraversiamo l’invisibile frontiera tra Castelleone e Corinaldo.

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Un campo arato, le colline sullo sfondo, con in cima nostri bei borghi marchigiani, Mondavio e Orciano, quanto storie attorno ad ogni borgo. E che dolore nel vedere i bei borghi delle nostre terre così feriti in questi tristi giorni.

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La croce con i rami di ulivo benedetto, piantata il giorno di San Pietro Martire, a fine aprile se non ricordo male. Nei giorni precedenti la festa dell’Ascensione nelle campagne c’erano le “rogazioni”. Attorno alla religiosità popolare c’erano tanti rituali, un universo di simboli che abbiamo dimenticato troppo in fretta.

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C’è anche un saloon, siamo forse nel lontano West? No, non abbiamo sbagliato strada! E che coraggio aprire un locale in questi luoghi così apparentemente marginali! Osterie, negozi, circoli, coltivatori di prodotti tipici locali, sono gli avamposti della tenuta sociale di un territorio.

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Incontri casuali lungo il cammino.

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Lungo la strada incontriamo anche Oscar Antonietti, che ha letto di questa iniziativa, si rende disponibile a dare una mano, se serve, per organizzare un futuro evento, parliamo di una merenda per i partecipanti. Il senso di appartenenza alla contrada, il legame col territorio sopravvive ed è evidente anche da questi episodi, una disponibilità che nasce dalla tradizionale cultura dell’ospitalità contadina.

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Un uliveto, quante storie attorno a questa antichissima pianta!

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Una alberata di gelsi, che non si vede in questa foto, con accanto una pertinenza di una vecchia casa colonica diroccata, che dà tutta l’idea di essere una bigattiera. I bachi da seta, la loro coltivazione, lavoro complesso, delicato, faticoso e speciale, anch’essa una storia dimenticata che vale la pena ricordare. La seta prendeva la strada di Jesi, dove le sedarole cantavano: la filanda è ‘na galera!

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E’ quasi ora di pranzo, arriviamo a Madonna del Piano, la sua chiesa che racchiude una incredibile stratificazione di epoche storiche, un sito archeologico recentemente ristrutturato, all’interno un antiquarium. Chissà se ci sono ancora le tavolette votive, disegni di vita quotidiana su piccoli pannelli di legno.

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Ci sono i presupposti per organizzare una bella passeggiata da un sito archeologico all’altro? Direi di sì a questo punto.

 

 

 

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