Ordigni inesplosi della seconda guerra mondiale rinvenuti nel cantiere del ponte sul Cesano, metafora di un passato tragico che riaffiora. Il cantiere rimarrà fermo qualche giorno in attesa degli artificieri. Estate finita da poco, ma la lontana estate del 1944 sottrae qualche giorno al tempo presente, obbligando gli operai ad interrompere la ricostruzione del ponte crollato nel 2011. Ma offre l’occasione per pensare a quanto è difficile fare i conti con la storia. E di come sia vano il tentativo di cancellare il passato, che, sotto varie forme, tende a ritornare.

Quel ponte fu costruito nel secondo dopoguerra in seguito alla distruzione del ponte originario, operata, secondo una testimonianza orale, dai tedeschi in ritirata che lo fecero saltare in aria. Altra ipotesi è che sia stato sottoposto a bombardamenti alleati. Zona comunque interessata da intense operazioni militari, tanto che i contadini che lavoravano i campi sono rimasti vittime di ordigni inesplosi nei mesi successivi la liberazione. È il caso di Vincenzo e Leonella Fiscaletti: quest’ultima lavorava accanto al vomero che urtò una bomba nascosta nel terreno.

Se le bombe sono state trovate tutte vicine c’è l’ipotesi che siano state portate in quel luogo dai contadini stessi, in una rischiosa opera di bonifica “fai da te”, c’è una testimonianza in tal senso riferita alla zona di Madonna del Piano: durante i bombardamenti vennero scavati rifugi sotterranei, spesso malsicuri, dove le famiglie si nascondevano disperate. Dopo la guerra in uno di questi venne seppellito un ordigno inesploso. Anche queste bombe saranno state sepolte per precauzione? Con una operazione che era rischiosa, ma anche arare in quelle condizioni lo era. E immagino la preoccupazione dei contadini. E le imprecazioni quando, tornati al normale lavoro, i campi sono pieni di queste trappole mortali, duri oggetti metallici che affioravano dal terreno, pesanti freddi e maligni. “Mannaggia ai tedeschi, agli americani, a tutti quanti! Hanno portato solo danni, hanno fatto solo guai. E ancora non se ne vanno. Portiamo via questa roba, che se no qualcuno ci muore, sotterriamola bene, che il perticarro non ci deve arrivare”. Forse hanno caricato le bombe su un biroccio colorato e le hanno portate via, sotterrandole bene. Quante belle storie attorno al biroccio. Il birocciaro era molto rispettato, una autorità. E il biroccio aveva le sue pitture: paesaggi, un santo, spesso S. Antonio circondato dai maiali. C’erano i fiori e c’era immancabilmente una giovane prosperosa, in salute: la pupa del biroccio. Il santo e la pupa. L’amore sacro e l’amor profano. Forse non tutti sanno che abbiamo anche un museo dedicato al biroccio nelle Marche, precisamente a Filottrano. Le bombe che affiorano fermano la normale routine quotidiana e ci lasciano un po’ di tempo per provare a fare i conti col passato, impresa difficilissima, affascinante e necessaria.

 

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