9 Settembre 1998

Un pomeriggio passato con un amico a sentire e doppiare da una audiocassetta all’altra le più belle canzoni di Lucio Battisti, in un pomeriggio di sole della mia adolescenza.

Una mattina, diversi anni dopo, sento la notizia della scomparsa prematura del famosissimo cantante. Penso subito di fare qualcosa all’Epicentro,

Eravamo nella sede dell’ex asilo che ora è della comunità educativa Agorà, che poi vuol dire piazza, con tante voci. Cosa che effettivamente era quel centro giovanile frequentato per un decennio abbondante da un discreto numero di giovani corinaldesi.

Ognuno aveva sviluppato una sua idea, un proprio profilo culturale dove la musica era una parte significativa, chi amava l’afro, chi l’elettronica, chi ci parlava di questa nuova idea del trash, il cui inventore, Tommaso Labranca, è scomparso alcuni giorni fa nel silenzio che a volte circonda chi pensa con mente libera. Altri amavano la musica d’autore italiana o il rock. E lo praticavano anche, ricordo un grande concerto quell’anno sotto il grande albero del giardino. Diversi gruppi musicali gravitavano attorno all’Epicentro.

Vado al Videonolo a Senigallia e prendo una videocassetta. Era una vecchia raccolta di presenze in televisione. La sera, un videoproiettore su una parete pitturata tanti anni prima, non più bianchissima, che avrebbe bisogno di una rinfrescata, sedie, un vecchio divano malandato che una famiglia buttava e che abbiamo recuperato, alcuni ragazzi curiosi di vedere o rivedere questo mito della musica italiana. Scorrono immagini in banco e nero. Battisti: capelli ricci, giacca, camicia sbottonata e fazzoletto legato al collo con un piccolo nodo sul davanti. Il celebre duetto con Mina, capigliatura cotonata, forse buffa su altre, tuttavia ancora elegante su di lei: “Ma c’è qualcosa che non scordo!” Trasmissioni televisive di una Rai anni settanta che mi sembra vivace, che sperimentava cose nuove, che sovrapponeva la compostezza dell’orchestra alle spalle dei varietà del sabato sera con le nuove voci musicali che stavano strette in quel contesto. Alberto Lupo e Corrado i presentatori di un TV con quella sottile ironia oggi completamente accantonata.

Ma capivamo che era un pezzo di quella storia nazionale e popolare che ci appartiene indipendentemente dai gusti di ognuno, una forma di bellezza, sicuramente di massa, ma che aveva una scintilla di poesia. Passa un brano di una trasmissione di Arbore del ’70, con un pubblico vagamente ostile ad un Lucio Battisti con una capigliatura riccia e larga e due sottili baffi. Gli chiedono se è un cantante impegnato, lui alza le spalle: “ma che impegnato”! Si indispettisce un po’ quando gli chiedono se la voce è importante per un cantante, alludendo alla sua, apparentemente fragile, schegge di dibattiti nello stile delle assemblee del Sessantotto che era finito da poco dove si parlava tanto, dove si concedeva il tempo alle idee di esprimersi, un lungo tempo per parlare dei grandi problemi del mondo che oggi viene troppo frettolosamente giudicato come sprecato.

“E’ mezz’ora che parlate, non ci ho capito niente. La mia musica vi emoziona si o no? Si? E allora avanti con la base…” Parlava di emozioni in un tempo di grande impegno politico: “sogno di abbracciare un amico vero, che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro”.

E via con un altro suo classico a tutto volume.

L’Epicentro era spesso aperto anche le sere d’inverno, una piccola ribellione nei confronti della rassegnazione a stare in casa. Ma sul tardi, verso mezzanotte, bussano al portone.

Altro filmato con quello che oggi sembrerebbe un banale effetto visivo di sovrapporre il profilo con la sua normale inquadratura mentre canta “Pensieri e Parole”, dove il testo parla di un campo di grano e di un cinema di periferia. Parla di noi, della nostra storia di giovani di paese, anche.

Apriamo la porta, un uomo con la faccia assonnata e un po’ stravolta: “scusate, lo so che è morto Lucio Battisti, anche a me piace, ma sono due ore che c’è la musica a tutto volume, io faccio l’infermiere e domattina sono di turno presto”. Spegniamo il proiettore, togliamo la videocassetta dal videoregistratore, una vaga messa a posto alle sedie; “Fiumi azzurri e colline e praterie dove corrono dolcissime le mie malinconie…”

 

lucio-battistiduetto_mina_battisti

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