Il ronzìo, il paese e il miele

 

Incontro Federico Piersanti, studente di agraria e apicoltore, a casa sua. Da una parte le montagne le cui sagome sfumano verso il cielo, dall’altra, in certi punti, si può vedere il mare, in mezzo un grappolo di colline. Un dialogo sulla vita di paese, sul lavoro, sul futuro: “Io non vorrei mai abitare in una grande città, dove esci dal condominio e non conosci nessuno. Faccio l’università ad Ancona, cammini per strada e la gente non ti guarda. Nella mia contrada, S. Maria, conosco tutti, se hai un problema puoi trovare persone che ti aiutano.”

Quattro passi a piedi verso i suoi alveari, indossiamo la tuta, facciamo visita alle sue api. Le arnie: ognuna un piccolo paese con una vita sociale intensa al suo interno, grande opera di costruzione di piccole “case” esagonali dove vivono i laboriosi insetti.

“Qualche volta per fare una pausa nello studio vado in paese, con l’intenzione di stare via una mezz’oretta, ma poi incontro quello, incontro quell’altro, tutti amici, tutta gente che conosco, alla fine il tempo si allunga”.

Ogni favo contiene un gruppo di celle costruite con la cera, abitazioni calde per l’inverno, sicure per le famiglie delle api, come i rioni di un paese, protetti all’esterno dalle pareti dell’arnia, chiusa, sigillata dalla resina dei propoli; invalicabile, come le mura dei centri storici edificate in secoli di grandi conflitti tra castelli, adesso sono un simbolo che continua a raccogliere e tenere insieme fisicamente l’architettura del paese.

“Ogni ape quando rientra col polline, deve ritornare nel suo favo, c’è un piccolo foro dove passano, un buco protetto dalle api guardiane”. Non solo nel medioevo, ma fino a non molti decenni fa ancora le grandi porte delle mura venivano chiuse di sera e riaperte al mattino, nessuno entrava o usciva fino all’alba. E se una ragazza si fidanzava con uno del paese vicino poteva essere causa di tensioni. A Corinaldo, lungo la Scalinata abita una signora che forse ha ancora queste chiavi. Allora probabilmente non sono solo un simbolo.

“Bisogna fare attenzione, le api quando arriva qualcuno si agitano.” E si sente dal ronzìo. Così indossiamo la maschera protettiva.

“Spesso in paese la gente chiacchiera, ci sono pettegolezzi, ma un paese è bello anche per questo”

Giudizi, maldicenze, come un ronzìo di sottofondo, antipatie perenni e rancori ostinati, in un piccolo paese i rapporti tra persone sono anche immotivatamente complicati.

All’inizio dell’estate si smiela, il frutto della raccolta del polline, il risultato della pazienza dei solerti imenotteri viene raccolto, un lento ruscello dolce fluisce vischioso nei vasi di color dorato che poi vengono venduti nei mercatini. Si smiela nello stesso tempo in cui si miete, il grano tra le mani, il frutto del lavoro dell’aratura e della semina, l’annuncio di un periodo buono, con molta farina nei sacchi, col profumo del pane che usciva dai forni una volta la settimana, che si riversava piano nei vicoli del paese e negli stradelli di campagna, un profumo che sa un po’ di dolce, come il miele.

Immagine 15Immagine Federico Piersanti

 

Annunci

One thought on “Il ronzìo, il paese e il miele

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...