Se lo guarisci si fa prete!

Qualche domenica fa un parroco di un piccolo comune durante la “predica” ha comunicato ai presenti che era il giorno del suo 87° compleanno ed ha raccontato un episodio della sua infanzia. Originario di questi luoghi (Senigallia e dintorni), da piccolo all’inizio dell’estate si ammalava al naso, tutti gli anni, con grossi problemi a respirare. I dottori tutti gli anni gli conficcavano ferri arroventati nelle narici, senza anestesia, evidentemente usava così. Gli facevano stringere un pezzo di legno tra le mani e gli dicevano: grida forte. Poi la convalescenza – e la sofferenza – duravano tutta l’estate. Tutti gli anni.

A otto anni il padre lo porta nella chiesa di S. Antonio, a Marzocca. Prega il santo e gli propone un patto: se lo guarisce poi il bambino si fa prete: “Da allora non sono stato più male, sono guarito ed eccomi qua. Sono prete da 65 anni e sono felice della mia vita.” Alla fine della funzione religiosa c’è stato un applauso. Ognuno può essere credente o meno, praticante o meno, legittimamente. Ma mi colpisce il senso del sacro che c’era nella vecchia società contadina. Questa storia ci può sembrare quasi una vecchia favola per bambini alla quale oggi più nessuno crede. Andare a contrattare con il santo, con un dare ed un avere, può far quasi sorridere. Anche nelle fiere si contrattava, con tutto il rispetto e le dovute differenze, difatti le vecchie fiere del bestiame erano spesso parallele alle feste dei santi, il giorno dopo. In ogni casa c’era un altarino, fatto come una mensola, con l’effigie di Gesù, della Madonna e qualche candela. La sera il rosario, poi la veglia attorno al fuoco. Nella stalla non mancava mai il santino di S. Antonio, al quale si consacravano le bestie a gennaio, magari un po’ camuffato sotto la polvere condensata dal fiato delle bestie. E nelle sere d’inverno ci si stava a giocare a carte gli uomini e a filare le donne. E il santo era insieme a loro, in un certo senso. Una vicinanza benevola quella dei santi, che aiutavano nelle difficoltà di tutti i giorni, un aiuto concreto. Oggi questo conforto l’abbiamo forse smarrito, ci sentiamo più forti, ma di fronte ai problemi ci sentiamo più soli. Certo, quando una briscola non veniva, o quando le vacche col biroccio si impuntavano, qualche bestemmia è facile che la allungavano. Ma immagino ci fosse anche un senso del sacro che abbiamo smarrito lungo la strada della modernità.

Indipendentemente dalle convinzioni religiose di ciascuno, abbiamo dimenticato che ci sono cose sacre, come la terra, che va rispettata nelle sue pieghe più profonde.

Quando leggo o sento al TG i discorsi sul cambiamento climatico e i politici o gli scienziati dicono che bisogna contenere l’aumento di temperature entro due gradi, quindi bisogna ridurre le emissioni nocive entro il 2030 o il 2040, in genere anni lontani, come se la natura fosse in nostro possesso, come se non ci fosse un cuore sacro dell’essere, che non va assolutamente sfiorato. Pensano di disporre della terra, della natura, delle leggi che non sono state stabilite da noi, come si dispone di un attrezzo, come un motore che bisogna usare fino ad un certo numero di chilometri prima di sostituirlo. La natura non è uno strumento, la natura è legata all’essere e al bene. Secondo me stanno bestemmiando e non se ne rendono conto.

Immagine santino

 

 

 

 

 

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