Notti romantiche e vecchi matrimoni

Vecchia foto di carta spessa, bordi zigrinati, gli sposi in mezzo, i parenti attorno, sullo sfondo il pagliaio e la Topolino del fattore parcheggiata vicino, che serviva per accompagnare la sposa in chiesa con la macchina, il giorno del matrimonio. Quante foto come questa ci sono negli album familiari?

Notti romantiche a Corinaldo e in altri borghi in questo fine settimana.

I contadini di un tempo erano, a modo loro, un po’ romantici?

I contadini si esprimevano in quel bel dialetto che orami solo i vecchi sanno parlare con le tonalità giuste. E si esprimevano anche in modo spiccio e diretto, soprattutto durante i lavori.

Ma poi quando la sera c’erano i balli, sotto carnevale, diventavano quasi romantici: “Signorina permette questo ballo?” Le mamme vicino osservavano e controllavano le figlie.

A volte i matrimoni erano frutto di scelte quasi obbligate: “Io ero giovane, il mio vicino lo stesso, aveva 12 ettari di terra da coltivare, aveva bisogno di aiuto”.

Il proprio campo era un mondo, il paese l’universo, le antiche mura una linea che unisce vechie e nuove civiltà; un mondo che oggi ci sembra piccolo, ma che ribolliva di tante storie.

Chi non era sposato non veniva chiamato scapolo o zitella, ma “giovane”.

“Ti sei sposata tardi?” “No, avevo 21 anni!”

Ma ci si sposava anche prima. Essendo minorenne il padre doveva andare a firmare un permesso in comune. Dicevano che il padre “imprestava” gli anni alla figlia.

Se la sposa aveva 19 anni dicevano: mio padre è andato in comune a firmare, perché mi ha dovuto “imprestare” due anni.

Quando nasceva una femmina le donne di casa cominciavano subito ad organizzare il corredo, ad esempio iniziando a piantare la canapa vicino al fiume, che dopo tanti meticolosi e complessi passaggi, fatti con oggetti dai nomi evocativi, come l’anciglia, poi il filo diventava torcello, cioè un lenzuolo ben arrotolato, duro come un tronco di legno.

Passeggiavo una domenica mattina,  qualche settimana fa, vicino alla chiesa di S. Domenico, escono alcune persone che conosco di vista: “Questo è mio marito, era un vicino di casa, ci conosciamo da quando siamo nati; e ci siamo anche sposati. Ci si sposava tra vicini, non c’era tanta scelta”, mi ha detto una signora. E un’altra le risponde: “Embé, sono sessanta anni che siete sposati, si vede che ti piaceva se no non resistevi tutto sto tempo!”. Intanto il marito stava zitto e rideva.

Capanni ripuliti, magazzini svuotati dagli attrezzi, muri imbiancati con la calce, donne del vicinato che cominciano a spennare i dindi giorni prima, l’arrosto, la tovaglia bianca sciacquata bene al fiume o alle fonti, il vino come piovesse, il giorno del matrimonio era tutto questo.

Chissà se riusciremo a ritrovare un po’ di quella poesia che ci siamo persi nella confusione degli anni.

Massimo Bellucci.

Memorie tratte dall’archivio dell’associazione Ge. St. O.

Immagine del matrimonio di Fiorino Giulioni – Corinaldo.

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