Strane creature dei campi.

Ci sono quei mucchi di colture, disposti in un vago ordine, nei campi, sospesi in aria, con un buffo cappuccio sopra. Mi hanno sempre incuriosito queste strane creature rurali che popolano i campi in questo periodo. Ad uno sguardo distratto sembrano normali mucchi. Magari un turista passa in macchina, guarda un attimo i campi mentre guida: piove, voleva andare al mare, ripiega su un paesino carino dell’entroterra. Guarda dal finestrino. In apparenza sono mucchi di vegetazione appena tagliata, ma vede anche che c’è qualcosa non torna, sembra che non toccano terra. Ma come è possibile? Lascia perdere questa momentanea ipotesi e torna, giustamente, a guardare la strada.

Invece sono tenuti in aria da un basso piedistallo – in passato fatto di rametti incastrati, adesso di plastica – un piedistallo che stacca le colture da seme dalla terra dove sono nate e cresciute. Hanno un loro copricapo tenuto giù da dei pesi ai lati. Il tutto per proteggerle dall’umidità dalla terra e dalla rugiada, che non le farebbe maturare a dovere.

Ad un certo punto della loro vita hanno bisogno di staccarsi dalla terra, ma non di tanto. Finiscono di maturare, diventano autonomi, si allontanano, un pochino, dalla terra, dalle loro radici, ma restano vicini, non dimenticano da dove vengono, cosa sono stati fino a ieri. Sono dentro un destino comune che è il loro campo coltivato da secoli, con le montagne da un lato e, se sono in buona posizione, tra Corinaldo e Monterado ad esempio, vedono anche il mare dall’altro. Lo possono vedere meglio, appena sollevati da terra quando l’aria è bella pulita. Vivono esistenze sospese, sono leggeri come i pensieri quando si cammina al tramonto per gli stradelli dei campi, o quando il vino buono fa il suo dovere, assunto in modeste quantità, al freschetto della sera coi grilli di sottofondo.

E un nuovo punto di vista sulle cose ci fa vedere altri dettagli, fessure verso ricordi sospesi sopra una foto degli antenati di famiglia, con la giacca buona della domenica. Un paesaggio che è una grande opera d’arte collettiva costruita nei secoli, con le mani, la testa, i corpi e il sudore di tante generazioni. E quei mucchi che stanno sospesi tra la memoria di una mietitura e il sapore dei vincisgrassi dei giorni di festa.

Quanta poesia ci siamo persi in tutti questi anni?

Immagine cavoli seme

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