La memoria della quercia.

E’ bello camminare vicino ai corsi d’acqua, i piccoli fiumi come il Nevola o il Cesano.

Lungo gli argini puoi incontrare creature meravigliose: le querce secolari.

Sono lì da più di cento anni. Immagino che anche senza occhi veri e propri, percepiscono qualcosa. E sicuramente hanno una loro memoria. Certe volte mi piace pensare che mi riconoscono quando ripasso nello stesso posto.

Hanno visto il giovane contadino andare dai carabinieri con la cartolina di precetto per il fronte, nel 1916, lasciando moglie e troppa terra da coltivare per i genitori anziani. Si avvia tristissimo in un’alba senza sole verso un posto che sarà ostile, ma in un modo che ancora non sa. Tempo e dolore sprecati, lontano dagli entusiasmi per la guerra che avevano i boriosi studenti di città.

Poi il ritorno, magro, dopo mesi nelle prigioni austriache, non lo riconoscono subito, dentro una mattina di novembre con una nebbia che sembrava un morbido mantello sul vecchio campo in collina.

Trent’anni dopo la quercia vede i tedeschi, le chiamate con le ricetrasmittenti nascosti nelle cantine, le cannonate, qualche albero perde le fronde per i colpi di artiglieria. Poi nuove lingue, gli inglesi, i polacchi e una grande festa il 25 aprile.

E l’albero vede nuove mietiture e fieni che maturano caricati sul biroccio, acqua ramata lungo i filari. E di notte il ritorno dalle veglie, con in mente le storie spaventose sentite dai vecchi attorno alla rola, storie di qualche strana presenza che si nasconde nel buio dei greppi. E ogni piccolo rumore è un sussulto.

Ma già qualche televisore si accende nei bar e nelle sezioni di partitoe illumina di gradazioni di grigio quella piccola finestra ovale, con le note delle canzoni di Sanremo e il quiz del giovedì sera. E nuove partenze la mattina presto, per prendere il treno per Milano, per la Svizzera, per Roma, quando ancora il benessere non arrivava,  sarebbe arrivato dopo pochi anni, illustri economisti scrivevano, ma nessuno l’ha previsto.

Ma poi, piano piano, il miracolo economico arriva anche dalle parti del Misa e del Nevola.

E una domenica mattina di sole un rumore di motore, non è il trattore, ma la Seicento, la famiglia va al mare, con la merenda dentro un sacchetto e gli occhiali da sole.

Le mattine presto in cui i giovani rincasano sulla Vespa quando albeggia, di ritorno “feste d’estate”, qualche bicchiere di troppo e qualche bacio rubato nella penombra con la fisarmonica di sottofondo, la stessa ora in cui sarebbero partiti la mattina dopo per il turno in fabbrica.

E la quercia ricorda che ogni cosa gira e torna su se stessa, ogni foglia rinasce e le ghiande cadono in autunno. E non c’è più nessuno che le raccoglie per portarle al maiale che con gli occhi umidi ti guarda da dietro il cancello dello stipo.

09_Marche_Quercia_Passo_di_Treia

 

 

 

 

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