Il primo fieno, il primo voto.

Le pareti della camera, bianche, sembrano fatte di una sostanza immateriale che puoi solo sfiorare, come se trattenessero all’interno la propria luce; letto, lenzuola, coperta sottilissima, bianca anch’essa come i capelli di Irma, dal corpo così esile che sembra non ci sia nessuno dentro il letto appena rifatto dalle inservienti. Mattina, giornata festiva, il sogno entra sotto le palpebre silenzioso come un gatto che passa dalla porta socchiusa.

“Monéi, passa il fronte, è arrivato sotto Ancona, tra un mese arriva da noi, lo dicono tutti al mercato!”

“Babbo, cos’è il fronte”

“È ‘na roba brutta, è la guerra, io l’ho vista, non la volevo rivedere, ci saranno le bombe, è una roba brutta”

Fuori il sole, il caldo si schianta contro i muri spessi di un grande edificio con la scritta“Ospedale civile” sul davanti cancellata in parte, porta con ferro e vetro mezzo rotto, retaggi di uno stato più vicino ai cittadini; dall’altro lato del grosso palazzo c’è però la parte nuova, la lunga degenza, i pazienti riposano, le persiane della camera socchiuse, trapela solo il chiarore dei ricordi dell’infanzia:

“Ma vengono da noi a fare la guerra, proprio in casa nostra?”

“Sì ma noi non staremo in casa, noi andiamo nel rifugio”

“E dov’è”

“Sotto terra”

Giovani infermiere serie e concentrate, guardano un quadernone, un raccoglitore di cartelline trasparenti, ad anelli, fogli con schemi, ore e dosaggi di medicinali, un quasi silenzio, voci lontane dal corridoio, come quelle della collina del campo di fronte, quando i contadini falciavano l’erba – il primo fieno è il più buono – e sfottevano chi aveva perso a ruzzola la domenica prima. Sussurri che si sovrappongono, come un suonatore che sta provando piano gli accordi, note quasi casuali, un timbro di uno strumento che non esiste ancora.

“Ma sotto terra ci sono i morti, incontreremo nonnone?”

“Ma lo incontriamo anche qua sopra se vuoi, se lo pensi forte e chiudi gli occhi lui ti ascolta”

Le voci del corridoio entrano nel sogno, come una strana musica che arriva ovattata, dalle finestre chiuse, dalla strada, persone in fila, una banda arriva da in fondo alla via, si sente qualche nota da lontano, qualche tricolore alle finestre, la corona di fiori, appena posata sul monumento.

“Irma, c’è il Lasix da prendere”. Gli occhi le si aprono all’improvviso.

La musica, i suonatori con la stessa giacca comprata con la sponsorizzazione della banca del paese in fila con gli strumenti in mano. Immagini che si susseguono come le piccole onde del mare quando non c’e vento, persone in fila con una scheda in mano nel salone del comune, con tavolo e sedie nuove comprate per la storica occasione, uomini e donne in coda per le votazioni, caldo, Irma sogna di votare, il 2 giugno 1946, è contenta, anche la sua croce su quel foglio vale. La banda arriva sotto la finestra, si sveglia, c’è il clarinetto e quel grosso tamburo che uno porta verticale davanti che detta il ritmo dei passi con una specie di mazza tonda.

“Irma, senti la banda, c’è anche tuo nipote che suona, oggi è la festa della repubblica, non sei contenta?” E intanto l’infermiera la aiuta a sollevare un po’ la testa, il bicchiere e l’acqua per mandare giù la pasticca, basta qualche secondo per ricominciare a sognare

“Monei, non mi credevo che ci voleva mezza giornata per votare, la gente, la fila”

“Babbo, ma perché non mi ci hai portato e a Giulia sì”

“Giulia è grande, tra dieci anni voti anche te, guarda che è bello andare a votare, io ci andavo anche quando ti davano una scheda sola in mano, già votata!”

Irma si gira nel letto e riconosce quell’aria, l’inno che cantava a scuola, lei sapeva bene le parole, era lungo: “Raccolgaci un’unica Bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò”.

Le rughe del volto si confondono con una linea che sembra quasi un sorriso.

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Un ringraziamento ad Elena Morbidelli e Lorenzo Franceschini per i consigli.

 

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