Un Primo Maggio d’altri tempi

Primo Maggio, Corinaldo, fine anni Trenta, partono dal paese alcuni uomini, vestiti da lavoro, zappa in spalla, qualcuno ha una vanga, vanno a lavorare nelle campagne. Il Primo Maggio era un giorno come un altro, festeggiare era proibito. Si incamminano verso la campagna, verso Madonna del Piano, scherzano tra loro. Era normale per i paesani andare ad aiutare in campagna, soprattutto d’estate. E a Madonna del Piano c’erano le famiglie grosse, i “Bombone”, gli “Spadoni”, i “Capannini”, i “Secc”, i “Taviàn”, che avevano bisogno di una mano dei paesani. Si rimediava un discreto pranzo, tagliatelle, vino. La paga era la mangiata.

Gli uomini arrivano in un campo, vicino al fiume Cesano, c’è uno spiazzo di terra rinsecchita, non coltivata,  dove fino a qualche anno prima c’era un lago, poi hanno chiuso il canaletto che ci portava  l’acqua, ed è rimasta la terra soda. Gli uomini mettono via le zappe e le vanghe, arriva qualche bottiglia di vino, un mazzo di carte, si scherza. Non si lavora, è il Primo Maggio clandestino di qualche paesano e di qualche contadino, lontano dal paese, dalle contrade e dalle camicie nere. Qualche canto, qualcuno fischia, si gioca a morra, senza troppo rumore. Poi la sera, zappe  e vanghe in spalla, si ritorna al paese, qualche gerarca vede che ritornano dal lavoro e li guarda compiaciuto.

Da Corinaldo il Primo Maggio andavano a Ripe, festa del patrono San Pellegrino, passando per le Ville e per il fosso di Ripe (che i ripesi chiamano fosso di Corinaldo). In piazza stavano da una parte, tra di loro, scherzavano, parlavano di politica, guardavano la processione. “Ecco i comunisti di Corinaldo che vengono quaggiù a festeggiare di nascosto il Primo Maggio”, diceva qualche ripese. Il giorno dopo grande fiera in piazza, vitelli, polli, maiali, le bancarelle con le stoffe, il formaggiaro, il cantastorie. In piazza c’erano anche Vinnico Silverstroni e Primo Bramucci, due noti partigiani, con la loro motocicletta,  ma qualcuno li avverte: arrivano i fascisti! Mettono in moto, sgommano veloci, cercano di alzare un polverone dando il gas, il più possibile, per rendersi invisibili alla mira, poi via verso le campagne, qualche sparo, qualcuno si spaventa, qualcuno forse pensa che sono i mortaretti per la festa del santo. E si salvano. Era il 1944. Poi la guerra finisce, allora a Madonna del Piano arrivano in tanti, non si fa più festa di nascosto, arrivano le donne col ciambellone e il vecchio con l’organetto. Si balla ed è festa grande, su un campo di terra indurita dove prima c’era un lago, vicino ai filari di vite che solcano un campo di grano.

Storie tratte dell’archivio dell’associazione Ge. St. O.

 

 

 

 

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