La fiera di S. Anna.

A piedi per chilometri, con la corda in mano per tenere le mucche o i vitelli che camminavano accanto, per andare alle fiere, passando per stradelli di campagna, se possibile, lontano dalle vie principali, che ancora si chiamavano “carrozzabili”. Le mucche, così importanti nella vita contadina che spesso avevano loro nome proprio.

L’arrivo alla fiera, uno sguardo intorno, il contadino cerca il fattore, quando lo vede si scambiano un cenno d’intesa: il contadino è arrivato come da accordi, il fattore allora sa che può cominciare a contrattare anche quelle bestie. Ma alla fiera di S. Anna  portavano anche polli, tacchini, uova, conigli, era un tripudio di voci, versi di animali, risate.

Si svolgeva il giorno dopo della festività religiosa che era il 26 luglio, analogamente ad altre fiere importanti del territorio, come la fiera di San Pellegrino che si svolgeva il giorno dopo la festa del santo patrono di Ripe, che era il primo maggio. Il 27 luglio non era solo una occasione di compravendita, era un rituale sociale, la comunità contadina si specchiava su se stessa. Attorno ad essa sono sorte leggende che caratterizzavano la vita quotidiana. Pur essendo separata dalla festa religiosa, in qualche modo era legata ad essa, così come le attività lavorative erano legate ad un sentimento di religiosità popolare che oggi non ci appartiene più in quella forma; ma forse sbagliamo se cediamo alla presunzione di pensare che siano vecchie futili credenze, tanto inutili da abbandonarne anche la memoria.

“San Giuann pia la falc e vien tajan, San Pietr pia la falc e miet…” proverbi che ritmavano il lavoro dei campi: “San Giovanni prendi la falce e vieni tagliando, San Pietro prendi la falce e mieti”, significa che il giorno di San Giovanni, il 24 giugno si poteva cominciare pian pianino a mietere, mentre a San Pietro, il 29 giugno, bisognava mietere seriamente, perché era il suo tempo.

Ricordi lontanissimi ci parlano di una grande alluvione avvenuta in una epoca imprecisata, forse secoli addietro, proprio il giorno di S. Anna, con tante vittime, soprattutto nella zona di Madonna del Piano, col Cesano che tracima e travolge tutto. E’ la “pianara di S. Anna”.

Secondo alcuni racconti, poi smentiti, il 26 luglio 1944 la prima cannonata che è arrivata a Corinaldo ha abbattuto il campanile della chiesa di S. Anna. Altri affermano che quando c’è stata la liberazione di Corinaldo, il 10 agosto, le campane di S. Anna hanno suonato a festa. Evidentemente c’è una contraddizione, ma entrambi i racconti, indipendentemente dalla loro corrispondenza alla realtà dei fatti, hanno un senso, anche profondo.

La guerra ferisce la comunità, della quale la santa patrona con la sua chiesetta giù il borgo ne è il simbolo, un elemento di identità collettiva. Il campanile della chiesa distrutto: nell’immaginario rappresenta la comunità che cessa di vivere la sua vita normale. Le campane non suonano più, il tempo della vita si è fermato, è come se tutto il paese fosse ridotto al silenzio, interrotto solo dagli angoscianti rumori dei caccia e delle bombe che rintronano tutt’intorno col loro sinistro lascito di morte.

Poi la comunità risorge, questo temporale nefasto è passato, un temporale cattivo, l’opposto della bella pioggia che secondo la tradizione puliva la piazza dopo la festa del Corpus Domini.

Le campane tornano a suonare, la vita ricomincia pur nel dolore, la vibrazione melodiosa del bronzo delle campane allontana il rombo assordante dei cannoni.

E quanto deve essere stato bello per i corinaldesi ascoltare quel suono!

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