Piccolo viaggio nelle Marche interne.

Breve vacanza sulle belle montagne marchigiane: uscendo dal casello di Pedaso, il centro abitato finisce subito, siamo in aperta campagna con vigneti da un lato e pescheti dall’altro. C’è il doppio cartello del confine tra province, quello di Ascoli Piceno ha una barra rossa trasversale, quello di Fermo ci dà il benvenuto.

Non ci sono quelle uniformi distese di cereali come nelle Marche del nord, delimitate da confini lineari come fossero figure geometriche. I campi di grano sono irregolari, invasi da lingue di boscaglia verde, con pini marittimi, aceri, querce, pioppi. Anche le colline non sono così ben smussate, hanno il profilo leggermente più aspro, come di una natura non completamente addomesticata.

Incontriamo lo stesso doppio segnale di prima: Ascoli Piceno e Fermo, ma a parti invertite, con quest’ultimo barrato di rosso, siamo tornati in provincia di Fermo, pur guidando sempre avanti.

I frutteti sono ben tenuti, alberi disposti regolarmente, innaffiati dall’acqua fiume Aso che di tanto in tanto costeggiamo, una lunga biscia liquida che si fa strada in mezzo ai ciottoli bianchi, un letto di fiume ampio, che d’inverno dovrebbe rumoreggiare discretamente, adesso sembra poco più di un ruscello. Incontriamo di nuovo i due segnali, come all’inizio, fine della provincia di Fermo e di nuovo in quella di Ascoli Piceno.

La boscaglia è presente anche molto prima di avvicinarci ai Monti Sibillini, già a quote basse la sua presenza è piacevole nella sua apparente contesa con i campi coltivati, con il verde che contrasta col giallo del grano tagliato da poco, compromesso simbolico di una lontana lotta contro il bisogno di disboscare per coltivare, limiti ben netti che disegnano linee curve, che sembrano modellare le colline in modo asimmetrico.

Stessa coppia di segnali, usciamo da una provincia, entriamo nell’altra, ormai ho perso il conto. E mi chiedo: come mai un territorio così bello ha avuto bisogno di creare un’altra burocrazia per marcare la sua identità quando una decina di anni fa decisero di istituire la provincia di Fermo; 16 milioni di Euro spesi poco prima della crisi per il nuovo palazzo della provincia, soldi che potrebbero essere investiti per incentivare giovani imprese, per l’agricoltura di qualità, per la cultura del luogo.

Incontriamo lungo la strada un cartello che celebra un importante personaggio del posto, non faccio in tempo a leggere bene il nome.

Ogni comune, anche piccolo, ha dato un duraturo contributo alla storia, in ogni borgo ci sono persone che si sono distinte per qualcosa che vale la pena ricordare, a volte lo si fa con un eccesso di campanilismo che allontana la curiosità, ma per valorizzare un luogo c’è bisogno di assumere centinaia di burocrati?

La ricchezza dei luoghi come questo sono le storie delle persone comuni, non solo dei personaggi illustri, come quel contadino che mieteva il grano su una motofalce, che abbiamo visto poco prima di Montemonaco, il campo era troppo piccolo e ripido per la classica mietitrebbia.

Arriviamo a Montemonaco, ci fermiamo per cercare di capire dov’è la strada per la frazione di Altino, un signore si avvicina per chiederci se avevamo bisogno di indicazioni, prima che noi lo chiedessimo. Siamo nelle Marche interne.

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